Portare a casa l’accoglimento larvato di un ordine del giorno non sarebbe servito a niente, per questo abbiamo insistito affinché il Governo facesse una scelta concreta: banche o imprese? Una scelta che parte da un presupposto: tutte le forze politiche in Parlamento dicono di stare dalla parte del cittadino e delle imprese, ma nei fatti, il Parlamento stesso, sembra agire al
contrario.
Nello specifico, alcuni istituti bancari effettuano il servizio di tesoreria degli enti pubblici, ma nel momento in cui, per esempio un Comune, effettua un bonifico a favore di un’impresa, a saldo di un servizio ricevuto, l’importo viene accreditato al beneficiario (cioè l’impresa) solo dopo 14 giorni. Un tempo molto più lungo rispetto ad un assegno fuori piazza. Pertanto, abbiamo chiesto al Governo di agire con provvedimenti volti a far giungere in maniera più fluida e veloce i soldi alle imprese, poiché appare assurdo che le banche trattengano così a lungo, ed in maniera speculativa, questo denaro nelle loro casse.
Ma pare che questo Governo stia proteggendo proprio le banche e non abbia voluto assumere – almeno non subito – l’onere di una decisione concreta in questo ambito. Ma o si sta con le banche – che possono lucrare per 14 giorni sui soldi che hanno già ricevuto – oppure si sta, appunto, dalla parte delle imprese!
Alla fine della discussione sul provvedimento, il Governo ha assunto, comunque, l’impegno di portare a compimento quanto richiesto nel nostro ordine del giorno… per quanto di propria competenza. Noi, vigileremo, augurandoci, comunque, che quello che appare sempre più come il Governo delle banche, diventi, finalmente, il Governo dei cittadini!
contrario.
Nello specifico, alcuni istituti bancari effettuano il servizio di tesoreria degli enti pubblici, ma nel momento in cui, per esempio un Comune, effettua un bonifico a favore di un’impresa, a saldo di un servizio ricevuto, l’importo viene accreditato al beneficiario (cioè l’impresa) solo dopo 14 giorni. Un tempo molto più lungo rispetto ad un assegno fuori piazza. Pertanto, abbiamo chiesto al Governo di agire con provvedimenti volti a far giungere in maniera più fluida e veloce i soldi alle imprese, poiché appare assurdo che le banche trattengano così a lungo, ed in maniera speculativa, questo denaro nelle loro casse.
Ma pare che questo Governo stia proteggendo proprio le banche e non abbia voluto assumere – almeno non subito – l’onere di una decisione concreta in questo ambito. Ma o si sta con le banche – che possono lucrare per 14 giorni sui soldi che hanno già ricevuto – oppure si sta, appunto, dalla parte delle imprese!
Alla fine della discussione sul provvedimento, il Governo ha assunto, comunque, l’impegno di portare a compimento quanto richiesto nel nostro ordine del giorno… per quanto di propria competenza. Noi, vigileremo, augurandoci, comunque, che quello che appare sempre più come il Governo delle banche, diventi, finalmente, il Governo dei cittadini!
Una sanità sprecona, quella italiana, che di fronte ad una spesa sanitaria sempre più alta offre ai cittadini servizi ed assistenza inefficienti. Il quadro arriva chiaro in questi giorni in cui il Governo sta cercando una strada per ridurre la spesa pubblica chiedendo agli italiani di segnalare gli sprechi, ma per noi era evidente da mesi, anni forse. L’autonomia regionale ha dimostrato nel nostro Paese tutta la sua debolezza creando discrasie nell’offerta dei servizi sanitari, dell’assistenza e degli strumenti medici, difficili da sanare. Mi auguro, per questo, che la “spending review” messa in atto dal governo intervenga fermamente su questo punto, e non continui ad operare, invece, tagli in settori già deboli come il sociale, la cultura, l’istruzione. Ridurre la spesa sanitaria ed evitare gli sprechi si può, ad esempio, attraverso la promozione della cooperazione interregionale in campo sanitario e la riduzione del ricorso alle esternalizzazioni. A che servono, ad esempio, due grandi ospedali con medesime Unità Operative Complesse a 20 o 30 km di distanza, solo perché sorgono in regioni diverse? Per questo occorre favorire il dialogo e la cooperazione tra regioni limitrofe. In questa ottica è anche di fondamentale importanza l’introduzione di costi standard per materiale e prestazioni sanitarie, proponendo una loro centralizzazione degli acquisti a livello regionale ed auspicabilmente anche a quello interregionale. È impensabile che il costo di una siringa, di una protesi o anche di una risonanza magnetica sia così diverso da una regione all’altra. Tale prospettiva è stata inserita nel decreto sull’autonomia regionale del 6 maggio 2011, che prevede, tra le altre cose, l’introduzione di fabbisogni e costi standard in sanità a partire dal 2013, ma per metterla in atto è necessario partire da un presupposto: annientare, definitivamente, il legame malsano tra sanità e politica. Non so se questo Governo sarà ancora in carica nel 2013, ma una cosa è certa, che prima di tagliare pensioni e posti di lavoro il prof. Monti avrebbe dovuto ridurre i costi della politica, anche in ambito sanitario. Se una siringa, un catetere o un ecografo hanno un prezzo diverso in Calabria e in Emilia Romagna, beh, anche questo deve essere considerato un costo della politica, che si traduce, nostro malgrado, con la parola corruzione. Un reato che costa alla collettività, secondo il procuratore generale della Corte dei Conti 60 miliardi di euro l’anno, ma nel 2011 sono state inflitte condanne solo per 75 milioni. La sanità è un settore delicatissimo, con un deficit cronico e che quindi non dovrebbe attrarre nessun politico. Eppure quello della sanità è uno degli assessorati più ambìti. Chissà perché! Nella triste classifica mondiale degli Stati più corrotti stilata da Transparency International per il 2011 l’Italia si trova al 69° posto su 182 paesi presi in esame. Ma la legge che dovrebbe combattere la corruzione – e che l’Europa da anni ci implora – giace ancora in Parlamento, poiché non è gradita a tutti i partiti: Pdl in testa.
Quello che ormai era diventato pericolosamente scontato con il Governo Berlusconi, rischia di restare scontato anche con il consolidarsi dell’esecutivo del professor Monti. L’interesse dello Stato di fronte alle fasce più deboli della nostra società continua ad essere poco… o nullo. L’ultimo schiaffo per gli affetti da disabilità grave e per le loro famiglie arriva dal DEF, il Documento di programmazione economico finanziaria passato questa settimana nelle commissioni della Camera per i pareri. Nell’ultima audizione della Commissione Affari sociali, infatti, il Sottosegretario alle Politiche Sociali, Cecilia Guerra ha bocciato la proposta di istituzione di un fondo di 150 milioni di euro da destinare ai disabili gravi nel momento in cui restino “orfani”. Un fondo, chiamato “dopo di noi” che sarebbe servito ad accogliere in strutture dedicate quei, purtroppo tanti, ragazzi che restano soli (o i cui genitori sono ormai troppo anziani) e che spesso vengono assistiti in strutture destinate prevalentemente ad anziani. Si parla di 860mila persone, circa un terzo del totale dei disabili gravi italiani (2,6 milioni).
Un provvedimento sacrosanto, anche in un momento di crisi economica come quello che sta affrontando l’Italia. Ma – e questo dovrebbero tenerlo bene a mente i tecnici che momentaneamente ci governano – non ci si può continuare a nascondere dietro la crisi economica per alienare i diritti dei cittadini. Di tutti i cittadini, e dei più indifesi in particolare. Questa però non è che l’ultima, miserevole, azione in questo campo. Risale solo a pochi mesi fa, infatti, lo storno di 24 milioni di euro dal fondo destinato alle transazioni per i danneggiati da sangue infetto al provvedimento “svuota carceri”. Gli emodanneggiati attendono da anni il giusto risarcimento da parte dello Stato che, però, invece di varare l’ultimo decreto che serve a sbloccare la transazione, si permette di prosciugarne ulteriormente le già deboli casse. Ma non possiamo non pensare al Fondo per la non autosufficienza. Niente, nell’ultimo DEF, viene detto sulla necessità di rifinanziare questo importante fondo, istituito dalla Legge finanziaria 2007, e che ha avuto nel 2010 il suo ultimo finanziamento. Così come non è previsto alcun impegno programmatico per il rifinanziamento del Fondo per le politiche sociali, praticamente azzerato in questi ultimi anni, e più in generale nulla si dice sulla necessità di reintegrare i tagli alle risorse per le politiche socio-assistenziali e di sostegno alla famiglia. Provvedimenti – o meglio non provvedimenti – ancora più gravi se si pensa che dal 2013, a causa del federalismo fiscale, non dovrebbero più esserci fondi nazionali per le politiche sociali.
Insomma, è cambiato il Governo, ma la musica, purtroppo è la stessa e a farne le spese, come sempre, sono i più deboli. Noi non li abbandoneremo.
Un provvedimento sacrosanto, anche in un momento di crisi economica come quello che sta affrontando l’Italia. Ma – e questo dovrebbero tenerlo bene a mente i tecnici che momentaneamente ci governano – non ci si può continuare a nascondere dietro la crisi economica per alienare i diritti dei cittadini. Di tutti i cittadini, e dei più indifesi in particolare. Questa però non è che l’ultima, miserevole, azione in questo campo. Risale solo a pochi mesi fa, infatti, lo storno di 24 milioni di euro dal fondo destinato alle transazioni per i danneggiati da sangue infetto al provvedimento “svuota carceri”. Gli emodanneggiati attendono da anni il giusto risarcimento da parte dello Stato che, però, invece di varare l’ultimo decreto che serve a sbloccare la transazione, si permette di prosciugarne ulteriormente le già deboli casse. Ma non possiamo non pensare al Fondo per la non autosufficienza. Niente, nell’ultimo DEF, viene detto sulla necessità di rifinanziare questo importante fondo, istituito dalla Legge finanziaria 2007, e che ha avuto nel 2010 il suo ultimo finanziamento. Così come non è previsto alcun impegno programmatico per il rifinanziamento del Fondo per le politiche sociali, praticamente azzerato in questi ultimi anni, e più in generale nulla si dice sulla necessità di reintegrare i tagli alle risorse per le politiche socio-assistenziali e di sostegno alla famiglia. Provvedimenti – o meglio non provvedimenti – ancora più gravi se si pensa che dal 2013, a causa del federalismo fiscale, non dovrebbero più esserci fondi nazionali per le politiche sociali.
Insomma, è cambiato il Governo, ma la musica, purtroppo è la stessa e a farne le spese, come sempre, sono i più deboli. Noi non li abbandoneremo.
Non è più possibile girare intorno al problema. Il sistema sanitario italiano sta affrontando una crisi nera e profonda e a farne le spese, purtroppo continueranno ad essere soltanto i cittadini, che vedono scomparire, dietro le tante inchieste degli ultimi mesi (degli ultimi anni), il diritto alla salute sancito loro dalla nostra Costituzione.
Dalla Puglia alla Lombardia, dal Lazio al Molise, senza soluzione di continuità, la sanità pubblica è travolta (e, spesso sepolta) dal business, dagli affari, dalla malagestione mirata al solo raggiungimento del profitto – spesso personale – e non certo alla migliore assistenza possibile. L’autonomia regionale in campo sanitario non sempre si è dimostrata, per l’Italia, una scommessa vincente e l’aziendalizzazione della sanità (per non parlare di politicizzazione…) si è rivelata per il nostro Paese – evidentemente non ancora all’altezza – un’arma a doppio taglio.
È necessaria, per questo, una revisione profonda del nostro SSN, in cui il Governo centrale giochi un ruolo da protagonista e non solo da “sanzionatore” quando il danno è ormai avvenuto. È necessario, urgente e non più rinviabile mettere in campo un’azione concreta volta a sganciare il legame tra politica e sanità, solo così si potrà puntare ad un SSN che abbia al centro della sua azione il cittadino e non gli interessi di pochi. Solo spezzando questo legame la nostra potrà essere una sanità finalmente basata sul merito, in cui a far carriera saranno i professionisti più affermati e non gli amici, i fratelli o i compagni di partito. Il diritto alla salute non è un giocattolo che può essere affidato a chiunque, ma una garanzia di cui tutti i cittadini devono poter fruire.
Sono concetti, questi, che ripeto da quando, nel 2008, ho iniziato la mia attività politica in Parlamento. Concetti che tento di tramutare in fatti concreti attraverso emendamenti, ordini del giorno, mozioni e disegni di legge, ma che spesso vedono gli ostacoli di chi detiene realmente il potere ed è chiuso ad ogni reale innovazione in campo sanitario. Mi auguro che di fronte agli ultimi gravi episodi che hanno coinvolto le regioni Lombardia e Puglia, e a prescindere da quali saranno i risultati delle inchieste, questo governo “di tecnici”, trovi il coraggio di esserlo veramente e porti a compimento la riforma del governo delle attività cliniche, in discussione nella Commissione Affari Sociali della Camera dal 2008… magari osando di più a discapito di consolidate prese di posizione e a favore della salute di tutti i cittadini.
Dalla Puglia alla Lombardia, dal Lazio al Molise, senza soluzione di continuità, la sanità pubblica è travolta (e, spesso sepolta) dal business, dagli affari, dalla malagestione mirata al solo raggiungimento del profitto – spesso personale – e non certo alla migliore assistenza possibile. L’autonomia regionale in campo sanitario non sempre si è dimostrata, per l’Italia, una scommessa vincente e l’aziendalizzazione della sanità (per non parlare di politicizzazione…) si è rivelata per il nostro Paese – evidentemente non ancora all’altezza – un’arma a doppio taglio.
È necessaria, per questo, una revisione profonda del nostro SSN, in cui il Governo centrale giochi un ruolo da protagonista e non solo da “sanzionatore” quando il danno è ormai avvenuto. È necessario, urgente e non più rinviabile mettere in campo un’azione concreta volta a sganciare il legame tra politica e sanità, solo così si potrà puntare ad un SSN che abbia al centro della sua azione il cittadino e non gli interessi di pochi. Solo spezzando questo legame la nostra potrà essere una sanità finalmente basata sul merito, in cui a far carriera saranno i professionisti più affermati e non gli amici, i fratelli o i compagni di partito. Il diritto alla salute non è un giocattolo che può essere affidato a chiunque, ma una garanzia di cui tutti i cittadini devono poter fruire.
Sono concetti, questi, che ripeto da quando, nel 2008, ho iniziato la mia attività politica in Parlamento. Concetti che tento di tramutare in fatti concreti attraverso emendamenti, ordini del giorno, mozioni e disegni di legge, ma che spesso vedono gli ostacoli di chi detiene realmente il potere ed è chiuso ad ogni reale innovazione in campo sanitario. Mi auguro che di fronte agli ultimi gravi episodi che hanno coinvolto le regioni Lombardia e Puglia, e a prescindere da quali saranno i risultati delle inchieste, questo governo “di tecnici”, trovi il coraggio di esserlo veramente e porti a compimento la riforma del governo delle attività cliniche, in discussione nella Commissione Affari Sociali della Camera dal 2008… magari osando di più a discapito di consolidate prese di posizione e a favore della salute di tutti i cittadini.












